SOGGETTO / trattamento / origini

Una sera di fine autunno del 1945 un uomo di circa quarant’anni attraversa un bosco zoppicando. È stanco e provato da lunga fatica ma barba folta e sguardo vivace rivelano buonumore. Riprende il cammino per avvicinarsi a passi decisi verso una casa abitata da contadini. Il proprietario scosta la tendina di una finestra e osserva la figura che avanza nella penombra; lo riconosce, gli apre la porta e lo invita a sedersi a tavola dove sta cenando con la famiglia.

 

L’uomo, detto Stralunà, è noto come un tipo strano che frequenta i centri abitati e ottiene ospitalità in cambio di piccoli lavori. Nessuno l’ha mai sentito parlare: si esprime con gesti enfatici e descrittivi, conditi da espressioni facciali buffe e suggestive. Egli accetta di buon grado l’invito e trangugia di gusto il piatto frugale che gli offrono. Il capofamiglia si informa sulle sue vicissitudini, dato che da un po’ Stralunà non si vedeva in giro. L’uomo accenna rassegnazione e sospira, incuriosendo le bambine che lo ascoltano meravigliate quando si protegge gli occhi e sobbalza di paura; mentre racconta a suo modo di essersi nascosto durante gli ultimi mesi di guerra. Stralunà mostra le scarpe rotte, dai cui fori si intravedono i piedi malconci; si toglie il berretto di lana e indica i capelli, caduti in più punti. Il capofamiglia invita Stralunà a restare per qualche giorno, finché non si rimetterà in sesto, e provvede perché la moglie gli sistemi i vestiti dismessi; infine cerca un paio di scarpe usate per sostituire quelle consunte dell’uomo.

Una volta soli, la moglie rimprovera al marito il suo atteggiamento generoso, date le scarse risorse; ma il marito la invita a compassione, ricordandole che all’uomo è accaduta una disgrazia da cui non si è più ripreso. La moglie acconsente a provvedere per Stralunà ma resta convinta che il suo atteggiamento sia una simulazione per ottenere carità a poco prezzo.

 

La mattina dopo mentre Stralunà dorme beato nel fienile, dall’aia si odono schiamazzi. L’uomo si desta di scatto e assiste nascosto all’uccisione del maiale; a cui partecipano tutti gli abitanti delle poche case intorno che si danno da fare in mezzo a vapori d’acqua bollente. La scena vivida e concitata scuote le emozioni di Stralunà che decide di andarsene; fuggendo dal retro dell’aia, indossando le scarpe che qualcuno gli ha lasciato all’ingresso del fienile. Prosegue oltre il caseggiato e percorre un lungo fondovalle, risalendo la corrente ai bordi di un fiume tortuoso. Il terreno è impervio e ripido; raggiunge la gola ai bordi del corso d’acqua, fino alla stretta sommità. Per guadare l’ultimo tratto, è costretto a sistemare grossi sassi nel letto del fiume.

È ormai sera; oltre la gola: un gruppo di case circondate da rocce, ai piedi di un’alta montagna. Da una stalla illuminata provengono suoni di risa e battimani. Stralunà si avvicina e scorge un vecchio che racconta e gesticola vicino al fuoco; quindi corre da una finestrella all’altra per vedere meglio. Bambini ascoltano meravigliati, uomini bevono vino; donne lavorano intorno alla conocchia per filare.

A racconto ultimato tutti applaudono. Stralunà si avvale del tramestio ed entra chino dietro gli astanti senza dare nell’occhio. Una donna lo scopre ma scoppia a ridere; perché improvvisa una faccia espressiva. Avanza di poco e già un’altra ride; quando scorge il guitto che l’asseconda con un’espressione ancora più buffa della prima.

 

In breve Stralunà si trova al centro dell’attenzione; balzellando carponi in una sorta di danza. I bambini lo seguono curiosi, ridendo stupiti. Stralunà si ritrova incitato dai presenti e spinto dai bambini al centro della stalla; dove imita i versi e le pose di molti animali. L’allegria ed il coinvolgimento sono generali. Prosegue improvvisando numeri esilaranti: una preda alata che scappa impaurita, un cane che la rincorre, una gallina che cova, un maiale che grufola e si incastra con la testa in un secchio.

 

Applausi incontenibili, grida di approvazione. I bambini gli saltellano intorno; mentre gli uomini lo invitano a sedersi e gli offrono da bere.

 

La mattina dopo, la luce del sole filtra attraverso le fessure delle assi di un fienile. Stralunà scorge alcuni bambini curiosi, presenti la sera prima nella stalla. Spalanca gli occhi e finge un sonnacchioso risveglio. I bambini non riescono a contenere le risate. Stralunà ode forti grida e guarda in fretta dalla piccola apertura che dà sull’aia: scopre Piero che rimprovera la moglie Anna, chiedendo dove sia il figlio. È molto adirato, guarda verso l’alto e scorge il viso di Stralunà che si scosta troppo tardi per non essere visto.

 

Il guitto fa cenno ai bambini di nascondersi sotto il fieno. Piero entra e comincia a scalciare intorno urlando. Un bambino di otto anni fa capolino intimorito. Il padre lo afferra rapido e gli assesta un ceffone in pieno viso; continuerebbe a percuoterlo se Stralunà non intervenisse in sua difesa. Ne nasce una lite pericolosa; ma Giovanni si interpone tra i due con evidente ira del genitore che se ne va impermalito. Stralunà tira il fiato; Giovanni lo abbraccia spontaneo tra le lacrime.

 

A sera, nella casa di Piero si sta cenando. Il bambino ha un brutto segno rosso su una guancia, il padre lo rimprovera aspramente; ordinando l’allontanamento di Stralunà fissato per domattina.

Stralunà attende il buio nel fienile per andarsene, ma è fermato da Giovanni che lo raggiunge portandogli da mangiare. Colpito dall’atteggiamento del bambino che rischia per lui; l’uomo tralascia la maschera quotidiana che si è imposto e decide di rivelare a Giovanni il suo segreto, facendosi promettere di non dirlo a nessuno: «Non parlo per sopravvivere. Per gli altri non ha importanza quello che sei ma quello che vedono di te».

 

L’uomo lo esorta a fidarsi del padre, nonostante la sua severità; infine gli parla degli attori girovaghi e delle sue lontane origini. Il bambino gli chiede dei suoi amici con cui faceva spettacoli ma Stralunà tradisce profonda tristezza e tace. Infine fa una delle sue facce salutando Giovanni che si accomiata.

 

Rimasto solo l’uomo ricorda un brutto giorno di guerra, in cui sono morti in un incendio i suoi amici attori; mentre lui è rimasto ferito alla gamba destra. Lascia il fienile per continuare la sua strada; mentre Giovanni che torna la mattina molto presto per portargli ancora qualcosa da mangiare, scopre che è andato via.

 

Stralunà, faticando a camminare, percorre un ripido sentiero fino ad una grotta naturale ai piedi di un dirupo dove si rifugia per la notte. Cerca di accendere un piccolo fuoco per scaldarsi con i pochi rami che trova in giro.

Trascorrono alcuni mesi. La madre di Giovanni sistema uno zaino sulle spalle del figlio, e lo saluta incoraggiandolo a seguire Mario: un uomo risoluto dal passo deciso. Da una piccola finestra in cima alla casa il padre osserva Giovanni, badando bene di non farsi scorgere; stringendo il pugno intorno alla grata dell’apertura, per cercare di vincere la commozione.

Il fondovalle è pieno di erba rigogliosa; l’estate del 1946 è cominciata da poco. Mario e Giovanni si inoltrano su per il monte a passo sostenuto. All’imbrunire giungono ad una malga; dopo una cena frugale, Mario dispone per la notte.

Giovanni dimostra di cavarsela bene nonostante la sua giovane età e nel giro di poche settimane impara molte cose importanti; al punto che Mario di tanto in tanto lo lascia solo con le bestie per qualche ora. Durante una di queste occasioni, Giovanni scopre che il tipo strano che chiamano Orso, abitante la malga abbandonata qualche chilometro più in alto, altri non è che Stralunà con una lunga barba e una vecchia parrucca di scena in testa. Tra i due si consolida un’amicizia complice e reciproca; spesso Giovanni gli porta da mangiare di nascosto. L’uomo gli rivela di chiamarsi Franco e gli confida che presto tornerà al suo luogo marino d’origine: «Al paese c’è ancora mia madre. Poi un vecchio amico gira con una compagnia, torno a recitare con loro».

Giovanni entusiasta vorrebbe andare con lui e per convincerlo gli mostra una serie di capriole e di simulazioni dal regno animale, raccogliendo la meraviglia dell’amico che però lo esorta a rimanere con i suoi e ad imparare un mestiere; pur dicendogli di non vergognarsi mai di quello che ha scoperto di saper fare.

Una notte Giovanni raggiunge Franco nella sua malga modesta e fatiscente; dove apprende dall’uomo che ha avuto notizia della madre morta. Franco mostra ospitalità all’amico offrendogli quel poco che ha; ma il suo volto è affranto e l’animo assente.

 

Domenica 21 settembre 1947, in occasione della fiera di San Matteo, il bambino accompagna suo padre a vendere alcuni capi di bestiame. Qui Giovanni riconosce Franco al servizio di un contadino. Cerca di richiamare la sua attenzione; ma Stralunà ha lo sguardo perso e sembra non riconoscerlo.

 

Improvvisamente un carico di sacchi pesanti barcolla dal piano di un carro. Franco alza rapido lo sguardo e si accorge di quel che sta per accadere; compie un salto veloce verso il bambino cercando di proteggerlo. I sacchi gli piombano addosso e Franco batte il capo a terra. Giovanni, protetto dal corpo dell’amico, riesce a divincolarsi e a guardarlo in volto. Franco stremato dal dolore, gli sorride; il berretto scivola dal suo capo e gli copre il viso.

A metà degli anni settanta il trentottenne Giovanni è un attore di teatro ormai affermatosi. Insieme alla compagnia cena nel paese d’origine: in occasione di un evento è tornato per un saluto alla madre, rimasta vedova.

 

A sera inoltrata, chiuso nel suo cappotto, infila un sentiero sopra il paese ed entra nel cimitero che volge a precipizio sulla valle. Si dirige verso una croce di legno sormontata da un tettuccio sgretolato dalle intemperie. Guarda a lungo la tomba, poi getta un fiore di campo sopra la terra. Estrae da una tasca del cappotto un berretto di lana, lo tiene stretto tra le mani: è il berretto di Franco. Intagliato nel legno della croce è scritto: Stralunà M. 21 9 1947.