TRATTAMENTO/ origini / soggetto

Il testo che segue è un trattamento di un soggetto cinematografico ai fini dello sviluppo in sceneggiatura per un mediometraggio mai realizzato. Per affinità con gli usi, i costumi ed il paesaggio descritto, si riconduce la vicenda ispirata ai luoghi della Val di Rabbi in Trentino Nord Occidentale. Anche se per esigenze narrative non è riportata nel testo la tipica parlata locale; ho cercato comunque di mantenere nei dialoghi un linguaggio pratico e quotidiano che ne rievochi la provenienza. In calce al testo: un breve glossario dei termini dialettali e non comuni utilizzati, riportati in corsivo nel corso della narrazione.

Per una migliore drammatizzazione, nei rari casi dove mi è sembrato rilevante il modo in cui l’immagine potrebbe scorrere sullo schermo, ho suggerito [tra parentesi quadre] brevi movimenti di ripresa; ben consapevole che questo non è precipuo compito del soggettista o dello sceneggiatore. I personaggi principali sono chiamati per nome e se ne delineano alcuni atteggiamenti pertinenti alla narrazione; mentre i secondari  sono contrassegnati solo dal mestiere, dal genere di appartenenza o dal grado di parentela.

 

 

 

SCENA 1

Esterno sera, verso l’imbrunire; fine autunno 1945

Un uomo attraversa un bosco, i suoi piedi calpestano arbusti e piccoli rami di alberi. L’andatura è lievemente zoppicante, come se a suo tempo avesse subito una frattura alla caviglia che gli procura quel tipo di camminata. Giunto alla sommità del bosco, si appoggia tra due alberi vicini per riprendere fiato; osserva in fondo al declivio la luce di una casa. Respira piano ma affannosamente, dalla sua bocca l’alito rilascia sbuffi di vapore nell’aria. È iniziato l’inverno e fa piuttosto freddo. Il viso dell’uomo appare stanco e provato da una lunga fatica, ha la barba folta e non curata; gli occhi grandi e vivacissimi: il volto ricorda quello di un satiro o di un giullare medioevale.

 

SCENA 2

Esterno sera inoltrata, nei pressi di un maso

L’uomo si avvicina a passi decisi verso la casa attigua alla stalla. Si scosta la tendina di una finestra e il proprietario osserva accigliato la figura che avanza nella penombra.

 

SCENA 3

Interno sera inoltrata, casa, cucina

Capofamiglia: – aprendo la porta e riconoscendo il viandante – «È arrivato Stralunà!». Stralunà non parla ma accenna ad un sorriso. Il padrone di casa gli batte una mano sulla spalla e lo invita a sedersi a tavola. I presenti si scambiano sguardi interrogativi. Intorno al tavolo: la moglie del capofamiglia, due bambine e l’anziana suocera stanno ultimando di cenare.

Capofamiglia: – rassicurando tutti – «Non abbiate paura. Non vi mangia mica! È buono, è un po’ matto, ma è buono come il pane». – rivolgendosi a Stralunà che attende titubante – «Siediti. Mangia con noi. Sapevo che saresti tornato». L’uomo accetta di buon grado l’invito. La moglie, lievemente irritata, versa della mosa per l’ospite che trangugia di gusto: in maniera un po’ goffa; al punto da suscitare l’ilarità delle bambine che si guardano ammiccando.

Suocera: – lanciando un’occhiata bonaria di rimprovero alle bambine e rivolgendosi al convenuto con aria compassionevole – «Come va Stralunà?».

L’uomo accenna con buffa espressione del volto ad un sentimento di rassegnazione e sospira storcendo appena gli occhi. Le bambine ridono divertite.

Suocera: – guardando le nipoti – «Oh, è tanto un brav’uomo!».

Stralunà nel frattempo ha ultimato di mangiare e posa il cucchiaio nel piatto rumorosamente; notato con severità dalla giovane donna. Il marito coglie lo sguardo della moglie e si scusa alzando le spalle.

Suocera: – rivolta a Stralunà – «Sarà almeno un anno che non passi da queste parti! Dove sei stato tutto questo tempo?».

L’uomo si esprime con gesti enfatici: muovendo in alto le braccia e mostrando stanchezza in viso, come a significare che ha camminato a lungo per molto tempo; infine si protegge gli occhi e sobbalza di paura quasi avesse visto cose terribili. Le bambine lo scrutano con meraviglia.

Suocera: «È la guerra! Brutta roba. E tutto questo tempo sei rimasto nascosto?».

Stralunà indica con le braccia grandi cime e il cielo.

Capofamiglia: «Sei rimasto sulle montagne e in mezzo al bosco?». L’uomo annuisce muovendo la testa.

Capofamiglia: «Povero Stralunà! Tutta Italia era piena di soldati fino a qualche mese fa. Sei andato fin su in cima, in cima? Dopo il passo?».

Stralunà lascia intendere che è conciato piuttosto male: mostra le scarpe rotte, dai cui fori si intravedono i piedi pieni di escoriazioni e geloni; infine si toglie il berretto di lana e indica i capelli, caduti in più punti: la cute rossastra e chiazze di pelle con tagli.

Capofamiglia: – guarda ancora la moglie come per giustificarsi con lei del malcapitato, poi rivolto a Stralunà – «Dai valà! Fermati qui per qualche giorno che ti rimetti in sesto. La sposa trova fuori un vestito che non mi va più bene… e soprattutto un paio di scarpe!».

 

SCENA 4

Interno notte, casa, stanza da letto

La moglie pone bruscamente alcuni abiti su di una sedia. Si scioglie la crocchia di capelli e rimbrotta il marito che sfila il prete da sotto le lenzuola e si sistema per la notte.

Moglie: «Sempre generoso te vero? Non ne abbiamo neanche per noi fra un po’!».

Capofamiglia: – cercando di rabbonirla – «Dai Maria, parla piano che svegli le bambine».

Moglie: «Ogni anno è la stessa storia! Perché non cerca un lavoro come si deve?».

Capofamiglia: «Ma sì! Gli è successa una disgrazia, e non ricorda più niente. Lo dicono tutti giù in paese. Insomma, un po’ di carità per chi sta peggio di noi…».

Moglie: – ponendo un paio di scarpe sopra i vestiti e sedendosi sul bordo del letto – «Io gli do tutto quello che serve, ma per me lo fa apposta a fare il matto».

Capofamiglia: – cercando la candela con le dita per spegnerla – «Dai, mettiti a dormire che fra un po’ dobbiamo alzarci». La donna si fa il segno della croce.

[dissolvenza in nero]

 

SCENA 5

Interno mattina inoltrata, fienile

Uno spicchio di sole penetra attraverso le assi in legno e infastidisce Stralunà che dorme beato in mezzo al fienile: strabuzza gli occhi alla luce, si rigira e si copre la faccia con il fieno. Dall’aia sottostante provengono suoni di urla e schiamazzi. L’uomo si alza di scatto e cammina carponi verso la piccola apertura del fienile; si avvicina al pertugio e guarda verso il basso.

 

SCENA 6

Esterno mattina inoltrata, aia

Un gruppo di persone osserva con il fiato sospeso uno strano tipo con un cappello piumato in testa ed una carabina in mano che preciso e sicuro nei movimenti si inginocchia rapido, punta l’arma e con un solo colpo ammazza un maiale a pochi metri da lui. L’animale attratto nel cortile da un secchio contenente qualche boccone insolito, non ha neppure avuto il tempo di rialzare il grifo, che è stato freddato all’istante con una pallottola tra gli occhi. Il tiratore si rialza, il macellaio cingendosi in vita un grembiule blu lo avvicina; parlotta un attimo in disparte e gli allunga del denaro. L’uomo intasca il compenso, si accomiata rapidamente e scompare dietro la casa; incamminandosi verso il sentiero. Ordini frettolosi seguiti da rapidi vocii si alternano, diramandosi nell’aia. Tutti si danno da fare, ciascuno con un compito ben distinto; anche le donne e i bambini. Si procede con subitaneità e precisione: si scuoia e si sventra la bestia in mezzo a vapori d’acqua bollente. Alcune interiora vengono portate all’interno di un portico per essere lavorate da un gruppo di donne ed anziani.

[l’inquadratura procede in piano sequenza verso l’alto: fino al volto di Stralunà che osserva attonito]

 

SCENA 7

Interno mattina inoltrata, fienile

Stralunà si siede sul fieno con aria triste, gira lentamente il viso e si accorge degli abiti con le scarpe vicino all’entrata del fienile che qualcuno gli ha portato al mattino presto.

 

SCENA 8

Esterno mattina inoltrata, maso: dal lato opposto all’aia

Stralunà scende gli ultimi gradini della scala esterna verticale con indosso gli abiti di sempre e il suo berretto di lana calcato in testa. Ha calzato solo le scarpe che gli hanno regalato: leggermente larghe. Si guarda intorno, respira profondamente e si incammina verso il bosco da cui è venuto il giorno prima. Un cane poco lontano emette un guaito.

 

SCENA 9

Interno mezzogiorno, aia: sotto il portico

L’ambiente è denso di fumi e vapori. Alcune donne cucinano dentro un paiolo parti di interiora del maiale appena ucciso. Gli uomini e i bambini prendono posto intorno a una grande tavolata allestita per l’occasione. Una donna dispone al centro del tavolo un grande piatto con parti dell’animale.

Macellaio: – infilzando con un forchettone un pezzo di carne – «Finalmente un inverno un po’ normale!».

Una donna: «… Senza tanta paura di schioppettate!».

Alcuni ridono; mentre tutti si accingono a mangiare.

Capofamiglia: – guardandosi intorno, poi rivolto alla moglie – «Dov’è finito Stralunà?». La moglie fa cenno di non saperlo con le braccia aperte e gli occhi al cielo.

Suocera: – sorridendo – «Lo sai che quando ammazzano il maiale lui sta male!».

Tutti ridono divertiti.

Un uomo: – con commiserazione – «Povero disgraziato!».

 

SCENA 10

Esterno giorno, da tardo pomeriggio a sera

Stralunà percorre un lungo fondovalle a gola stretta, attraversato da un fiume tortuoso con le acque in frastuono. Camminando a lungo, raggiunge la gola ai bordi del corso d’acqua, risalendo la corrente; il terreno è impervio e ripido, qua e là: chiazze d’erba compresse dal gelo, sassi e rocce sporgenti. La gola si stringe vieppiù, fino a raggiungere la sommità in cui appare strettissima: tra due rocce ravvicinate. Per attraversare l’ultimo tratto, Stralunà è costretto a sistemare grossi sassi nel letto del fiume guadandolo in fretta.

È ormai sera; una leggera foschia pervade il paesaggio circostante. Appena dall’altra parte del fiume appare, avvolto nella penombra, un gruppo di case illuminato da luci tremolanti.

Circondate da una vasta zona di verde e rocce, le abitazioni giacciono allungate sul pendio di un’alta montagna: raccolte in fondo al suo versante.

 

SCENA 11

Esterno sera, nei pressi di una stalla

Da una stalla illuminata provengono suoni di risa e battimani. Stralunà si avvicina e guarda da una piccola finestra: scorge un vecchio uomo con una buffo paio di baffi bianchi che racconta qualcosa accanto al fuoco; la luce crea giochi d’ombre alle pareti. La bocca dell’uomo si allarga enfatica; egli prosegue concitato nella narrazione, lasciando intravedere alcuni denti mancanti. Quando accentua un brano del racconto o si sofferma su singole parole, intorno a lui alcuni bambini gridano e si spaventano coprendosi gli occhi con le mani. I suoni giungono indistinti, Stralunà ha il fiato grosso; mentre cerca di capire qualcosa, correndo da una finestrella all’altra per vedere meglio. A semicerchio e sparsi in gruppi, uomini ascoltano e sorseggiano vino; qualcuno fuma la pipa. Donne lavorano intorno alla conocchia per filare; una ragazza aiuta una di esse a scomporre la matassa avvolgendo il filo attorno alle braccia aperte.

 

SCENA 12

Interno sera, stalla

Stralunà entra dalla porta, prestando molta attenzione a non farsi notare. Appena nella stalla si strofina piano le braccia, rinfrancato dal calore dell’ambiente. Il racconto del vecchio è terminato da poco; tutti applaudono, i bambini chiedono altre emozioni. Stralunà si avvale del tramestio, per avvicinarsi veloce e chino senza farsi scorgere. Cammina quasi carponi dietro gli astanti. Una donna lo scopre, ma appena lo vede scoppia in una fragorosa risata perché Stralunà improvvisa una faccia stranissima ed esilarante contorcendo bocca, naso e occhi. Avanza solo di qualche metro che già un’altra, esortata dalla prima, ride con la mano premuta sulla bocca agitando le spalle; quando scorge il guitto che la asseconda con un’espressione ancora più buffa della prima.

In breve Stralunà si trova al centro dell’attenzione, molti si scostano per vederlo meglio e fanno capannello intorno alla sua figura. Egli balzella carponi da un punto all’altro in una sorta di danza, suscitando risate spontanee e intrattenibili. I bambini lo seguono curiosi infilando la testa sotto le gambe degli adulti; sgomitando tra di loro, ridendo stupiti.

Stralunà si ritrova incitato dai presenti e spinto dai bambini al centro della stalla: al chiarore del fuoco. Per un istante osserva tutti che attendono impazienti: si gratta la testa sotto il berretto di lana e comincia a imitare i versi e le pose di una scimmia, un elefante, una tigre; procedendo carponi e levandosi in piedi, rotolando per terra, raggomitolandosi. Il leggero difetto fisico della deambulazione rende i suoi atteggiamenti ancora più buffi. L’allegria e il coinvolgimento sono generali. Stralunà prosegue improvvisando una serie di numeri esilaranti: una preda alata che scappa impaurita, un cacciatore che le spara, un cane che corre ad afferrarla; una gallina impegnatissima a produrre un uovo, un gallo impaziente che starnazza nell’aia; un maiale che grufola e finisce per incastrarsi con la testa in un secchio. Infine esausto, mima un uomo legato mani e piedi che cerca di afferrare una mosca tediante con la bocca. Ne riproduce il ronzio e segue i movimenti con gli occhi rapidi e statici in continui cambiamenti di ritmo. Finge che la mosca si posi sul suo naso, e piega gli occhi all’inverosimile fino a vederla; allunga la lingua e si tocca la punta del naso: la mosca scappa e ricomincia a infastidirlo. Con un morso ben assestato riesce ad afferrarle un’ala con i denti: la mosca impazzisce cercando di divincolarsi, il naso gli prude assai; starnutisce fragorosamente. La mosca per terra si riprende e ricomincia in crescendo ossessivo la sua danza. Stralunà strabuzza gli occhi atterrito e mima che la mosca lo colpisca con un grosso fendente in pieno volto. Casca con le gambe all’aria, come fosse svenuto.

Tutti esplodono in applausi incontenibili, grida di approvazione; i bambini saltellano intorno a lui: cercano di destarlo e lo incitano ad alzarsi da terra. Gli uomini lo accolgono tra di loro, lo invitano a sedersi su una delle panche e gli offrono del vino. Un uomo estrae di tasca un’armonica a bocca e battendo con il piede a terra esorta tutti a seguirlo; alcuni danzano in cerchio e molti tengono il ritmo festosi muovendo le gambe e battendo le mani.

 

SCENA 13

Interno giorno, un fienile

La luce del sole filtra attraverso le fessure delle assi di un fienile. Stralunà apre gli occhi, ma si accorge che alcuni bambini, presenti la sera prima nella stalla, lo stanno osservando nascosti in mezzo al fieno. Spalanca gli occhi vistosamente e finge un risveglio svogliato e sonnacchioso stendendo le braccia in aria e imitando versi di sbadigli. Si porta le mani agli occhi, li stropiccia, guarda il sole e si getta nuovamente in mezzo al fieno fingendo di dormire; russando rumorosamente. I bambini non riescono a contenere le risate. Stralunà si gira in mezzo al fieno e rotola a due passi dai ragazzini che si alzano, ridacchiano e scappano inseguendosi; fino a gettarsi addosso manciate di fieno. Stralunà avverte delle grida provenienti dal basso e guarda in fretta dalla piccola apertura che dà sull’aia.

 

SCENA 14

Esterno giorno, aia sottostante il fienile

Un uomo sta rimproverando sua moglie chiedendo dove sia il figlio. È molto adirato e si esprime gesticolando con il volto severo e corrucciato.

Piero: «Dov’è quello scansafatiche di tuo figlio? Sempre in giro con gli altri discoli. È ora di lavorare qui!».

Anna: «Ma dai, lascia perdere: è inverno, fa freddo. Vacci da solo in paese».

Piero: «No! È già tardi. Lo voglio con me!».

L’uomo guarda verso l’alto, rivolto al fienile, e scorge il viso di Stralunà che si scosta troppo tardi per non essere visto.

 

SCENA 15

Interno giorno, fienile

Stralunà fa cenno a tutti i bambini di nascondersi sotto il fieno. Piero entra nel fienile e comincia a scalciare in mezzo al fieno, urlando ancor più incollerito.

Piero: «Inutile che vi nascondete farabutti; lo so che siete qui con il matto. Giovanni vieni fuori!».

Giovanni, un bambino di circa otto anni, intimorito riconosce la voce del padre e fa capolino dal mezzo del fienile.

Piero: – gridando – «Ah! Ti ho trovato finalmente!».

Il padre afferra rapido Giovanni e gli assesta un ceffone in pieno viso, sfogando tutta la sua rabbia; gli tira forte un orecchio e quasi lo trascina con sé. Il bambino rosso di vergogna, riesce a fatica a trattenere le lacrime. Stralunà ha visto tutto da uno spiraglio nel fieno; Giovanni si volta verso di lui e lo guarda negli occhi. Il guitto non riesce più a trattenersi: emerge fulmineo dal fieno, sgattaiola appresso al genitore e gli sferra un poderoso calcio nel didietro. Piero si gira, lascia il bambino, e senza interporre tempo gli assesta un pugno sul naso. Stralunà si comprime il volto per il dolore, poi reagisce afferrando l’uomo alle gambe e questi per poco non perde l’equilibrio; si divincola, afferra un forcone poggiato contro la parete e lo scaglia addosso a Stralunà che riesce ad evitarlo all’ultimo istante compiendo un balzo di lato. Il forcone lanciato con forza si pianta nelle assi del pavimento.

L’uomo lo riprende in mano e lo brandisce in aria come per lanciarlo ancora contro il malcapitato che gli fa segno di fermarsi, di stare calmo; Giovanni corre a mettersi davanti al guitto. Il padre emette un urlo d’ira misto a stupore, scaraventa il forcone in mezzo al fieno e scende dalla scala esterna bofonchiando tra sé; una volta di sotto continua a gridare con la moglie. Stralunà tira il fiato. Giovanni lo abbraccia spontaneamente soffocando le lacrime e tremando per la paura. Tutti gli altri bambini sollevano spaventati le teste dal fieno. Stralunà ha gli occhi lucidi; accarezza la testa del bambino, una lacrima gli riga il volto.

[dissolvenza in nero]

 

SCENA 16

Interno sera, casa di Piero, cucina

Intorno al tavolo sono seduti: Giovanni, il padre Piero e la madre Anna. Un’anziana donna: nonna di Giovanni, si riscalda davanti al focolare; mentre gli altri mangiano in silenzio. Nella stanza regna un mutismo pesante e insopportabile. Il bambino ha un brutto segno rosso su una guancia.

Piero: – battendo il pugno sul tavolo e intimando a voce alta, rivolto alla moglie – «Non lo voglio più vedere quel matto qui! Non è neanche del paese. Non ha voglia di lavorare». – spezzando del pane e indicandolo con la mano – «Questo va sudato!» – infine, alzandosi in piedi: verso il figlio – «Hai capito te?!».

Giovanni non riesce a mangiare e rimane a testa china sul piatto.

Piero: – in tono minaccioso – «Mangia. Mangia o ne buschi che te le ricordi per un pezzo!». La madre fa un timido cenno per calmare il marito che le si rivolta contro.

Piero: «Zitta tu! Mio figlio deve venire su una persona seria» – concludendo perentorio, risedendosi – «Domattina quell’uomo deve andarsene, è durata anche troppo questa commedia!».

 

SCENA 17

Interno sera inoltrata, fienile

Stralunà, illuminato appena dal bagliore della luna, guarda fuori dalla piccola apertura che dà sull’aia; per accertarsi che tutto sia tranquillo. Scorge il riflesso della luce di una stanza che si spegne nella casa poco lontana; quindi si impegna per scendere la scala esterna del fienile senza far rumore. Non appena mette un piede sul primo scalino si arresta, fermato da Giovanni che sta salendo con in mano una tazza di brodo e un pezzo di pane.

Giovanni: «Aspetta!». Stralunà lo osserva attonito; il bambino lo sollecita a rientrare in fretta, guardando giù intimorito. Protetti dal fienile i due stanno seduti uno di fronte all’altro. Stralunà ha lo sguardo assorto; un livido sul naso, in mano: la ciotola e il pezzo di pane.

Giovanni: «Mangia che diventa freddo».

Stralunà lo guarda meravigliato, poi si decide a mangiare lentamente.

Giovanni: «Mio padre vuole che te ne vai domani».

Stralunà: «Lo capisco».

Giovanni: – quasi gridando – «Ma tu…!».

Stralunà: – a voce bassa, indicandogli di tacere – «Piano che ti scoprono!».

Giovanni: – contenendo stupore ed entusiasmo – «Ma come fai a parlare?».

Stralunà: «Promettimi che resterà un segreto fra te e me».

Giovanni accenna serio al giuramento con le dita sulla bocca. Stralunà continua la cena frugale, mentre riprende a parlare; il suo tono è pacato e tranquillo, il volto disteso e normalissimo. Sembra quasi che la maschera del guitto sia rilassata: tutti i movimenti rapidi del viso sono rimandati.

Stralunà: «Grazie della cena. Hai già rischiato fin troppo per me. Bisogna che dai retta a tuo padre. Sarà scorbutico, ma in fondo ti vuole bene».

Giovanni: «Ma perché davanti a tutti non parli e fai finta di essere matto?».

Stralunà: «Per sopravvivere, amico mio. Per sopravvivere. Non ha importanza quello che sei, ma quello che gli altri vedono di te. Tanto, come stai davvero, qui dentro – indicandosi il petto – nessuno può saperlo».

Giovanni lo scruta con occhi interrogativi.

Stralunà: «Vedi, tuo padre è buono. È solo preoccupato per te, per il tuo futuro: vuole che cresci sano e forte, un bravo lavoratore. Ti vuole un gran bene, anche se ti tratta male».

Giovanni: «… Perché fa così?».

Stralunà: «Perché si vergogna di essere se stesso. Non vuole farsi vedere piangere, non può farti una carezza, anche se vorrebbe tanto: la dolcezza è delle madri. La forza è degli uomini».

Giovanni: «E perché tu non sei così?».

Stralunà: – sorride, scompigliando i capelli del bambino – «Giovanni… io non sono nato in questa valle».

Giovanni: «Da dove vieni?».

Stralunà: – terminando di mangiare – «Da un posto vicino al mare, molto lontano da qui».

Giovanni: «E come hai fatto a venire fin quassù?».

Stralunà: «È stato per via della guerra. Lavoravo in una compagnia di attori».

Giovanni: «Chi sono gli attori?».

Stralunà: «Tanti amici che vanno in giro da un paese all’altro per divertire la gente».

Giovanni: «Come fai tu?».

Stralunà: «Sì, un po’ come faccio io; solo che quando si è tutti insieme si fanno degli spettacoli: si canta, si balla, si fanno dei numeri». – posando la tazza a terra – «… Come posso spiegarti?».

Giovanni: «Come quello che si fa a carnevale?».

Stralunà: «Ecco sì, un po’ così. Per gli artisti è sempre carnevale».

Giovanni: «Ma cosa è successo ai tuoi amici?».

Stralunà spalanca gli occhi inorridito, come se ricordasse qualcosa di triste; quindi volge rapido lo sguardo e riafferra la scodella. Giovanni si avvicina.

Stralunà: – riprendendosi dai ricordi, stringendo la tazza e porgendogliela – «Vai adesso che è tardi. Grazie ancora per la cena. Non ti dimenticherò, promesso!».

Il bambino scende lentamente la scala del fienile. Una volta a terra saluta Stralunà con la mano. Il guitto gli sorride e fa un faccia buffa delle sue; appena il bambino si allontana, torna serio, si volta di scatto e getta lo sguardo sul fieno.

 

SCENA 18

Flashback, interno/esterno giorno, un fienile presso una casa colonica

All’interno di un fienile in fiamme una donna grida in mezzo al fuoco, un uomo tenta di scendere le scale. Stralunà all’esterno della costruzione corre per avvicinarsi ma è costretto a rifugiarsi dietro un albero; atterrito scopre il fienile che crolla rovinosamente nell’incendio. Un frastuono sovrastante e rapidissimo: un aereo da guerra vola basso sulla zona e sgancia una bomba. Stralunà fugge via. Il fragore poco lontano della deflagrazione; alcuni sassi lo colpiscono come proiettili sulla gamba. L’uomo grida accasciato a terra; mentre all’intorno divampano le fiamme.

 

SCENA 19

Interno notte, fienile. Esterno notte: casa di Piero e dintorni

Stralunà continua ad osservare assorto il fieno; infine distoglie lo sguardo, emette un sospiro, si alza deciso e guarda giù nell’aia dalla piccola finestra del fienile: come per sincerarsi che tutto sia tranquillo. Scende lentamente la scala, si inoltra furtivo nell’aia; si allontana. Volge un ultimo sguardo alla casa e si incammina verso il bosco.

Nella penombra del maso gli occhi vigili di una faina si muovono rapidi.

 

SCENA 20

Interno mattina molto presto, fienile

Giovanni sale la scala del fienile con un pezzo di pane e una tazza di latte. Cerca l’uomo chiamandolo per nome a voce bassa. Appoggia la tazza ed il pane sul pavimento, guarda ovunque tra il fieno; infine volge lo sguardo al bosco lontano con occhi tristi e commossi.

 

SCENA 21

Esterno giorno: da mattino inoltrato a tarda sera

Stralunà è seduto su una roccia vicino ad un ruscello. Arrotola un lembo dei calzoni e osserva a lungo una cicatrice profonda, poco sotto il ginocchio della gamba destra, che si prolunga fino alla caviglia. Ricopre la gamba, si alza lentamente e si inoltra lungo il pendio della montagna. Il sentiero è ripido: l’uomo fatica a camminare; poco più avanti si imbatte in un laghetto sovrastato da una cascata.

La luce del giorno cala gradualmente al buio. Procedendo, Stralunà trova la neve che risale fino in cima al monte. Scruta intorno, scorge una grotta naturale ai piedi di un dirupo e vi si rifugia all’interno. Prova a sdraiarsi per dormire; è troppo freddo, trema e non trova quiete. Infine si alza e cerca alcuni rami secchi, ma ne racimola assai pochi; a fatica accende un piccolo fuoco, cercando di scaldarsi un po’.

[dissolvenza in nero]

 

SCENA 22

Esterno giorno, mattino presto, nei pressi della casa di Piero; estate 1946

La madre di Giovanni sistema un prosac sulle spalle del figlio, vi infila al suo interno un pezzo di formaggio e del pane.

Anna: «Il viaggio è lungo. Tuo padre ti saluta. Vedrai che i mesi passano in fretta!».

Lo bacia sulla guancia incoraggiandolo ad incamminarsi. Il bambino segue un uomo dal passo risoluto e lo sguardo severo con un cappello piumato sulla testa.

Da una piccola finestra in cima alla casa il padre osserva Giovanni, badando bene di non farsi scorgere; stringe il pugno intorno alla grata dell’apertura, cercando di vincere la commozione.

 

SCENA 23

Interno giorno, cucina casa di Piero

La madre rientra in cucina e si rivolge con tono dubbioso alla nonna di Giovanni che armeggia davanti ad una pentola.

Anna: «Speriamo che non soffra troppo di nostalgia lassù in malga».

Anziana donna: «Non avrà tanto tempo per pensare. Il lavoro è duro e il Mario è di buona compagnia!».

 

SCENA 24

Esterno giorno lungo i sentieri; interno sera: malga, alle pendici di un monte

Il fondovalle è pieno di erba rigogliosa; l’estate è cominciata da poco. Mario e Giovanni si inoltrano su per la montagna a passo sostenuto. Il bambino fatica a stare dietro all’adulto che gli cammina davanti senza dire una parola.

I due ripercorrono tutta la strada calcata da Stralunà in inverno; ma sono trascorsi ormai diversi mesi: la stagione calda ha modificato forme e strutture ambientali circostanti. La luce decresce gradualmente. Verso l’imbrunire giungono alla malga, abitata e funzionante; come Mario l’avesse lasciata solo per oche ore: il tempo di scendere a prendere Giovanni.

Mario spalanca la porta dell’abitazione spartana e si mette ad armeggiare intorno al focolare.

Mario: «Cerca le posate e prepara la tavola. Io accendo il fuoco e metto qualcosa in pentola».

Destreggiandosi tra il paiolo ed il tavolo, l’uomo apparecchia della ricotta stagionata e mescola della polenta. Infine si siede con un sospiro, taglia il formaggio e lo porge a Giovanni.

Mario: «Domattina ci dobbiamo alzare presto che c’è da mungere tutte le vacche».

 

SCENA 25

Interno notte inoltrata, sottotetto malga; mattina presto

Il bambino è sdraiato su di un letto sottotetto in una stanza minuta; si addormenta esausto. Trascorse poche ore, avverte dei suoni provenire dal basso; apre gli occhi incuriosito. I rumori sono accompagnati da muggiti. Si alza assonnato, si dispone carponi e tende l’orecchio sul pavimento; nota una fessura tra le assi, vi guarda attraverso e scorge le mucche nella stalla con Mario che munge indaffarato.

Mario: – accorgendosi di lui, senza distogliere lo sguardo dal suo lavoro – «Continua a dormire. Ieri hai camminato troppo, sei ancora stanco; per stamattina me la sbrigo da solo. Più tardi ti chiamo e liberiamo le capre». Il bambino sembra deluso, ma poi si infila presto nel letto e si rigira infreddolito sotto le coperte.

 

SCENA 26

Esterno giorno, qualche tempo dopo

Mario e Giovanni badano a un gregge di capre lungo un pendio, dove c’è erba sufficiente per il pascolo. In mezzo al gregge scalcia buffamente una giovane capra tutta nera con una macchia bianca sul muso.

Mario: – rimbrottandola bonariamente – «Buona Cispa!». – rivolto a Giovanni – «Oggi fa un mese che sei quassù. Te la cavi bene. Bravo».

Giovanni sorride timidamente; poi prende del sale dal prosac e lo porta alla capra che in un attimo lo lecca dalle sue mani, mentre il bambino ride divertito.

Mario: – guardando nel prosac «Che stupido! Ho dimenticato il pane e il formaggio sul tavolo… Torno giù a prenderlo. Stai tu una mezz’ora con le capre e bada a Cispa! Se capita l’Orso non dargli retta che se ne va da solo».

Giovanni: – quasi intimorito – «Chi è l’Orso?».

Mario: – indicando con la mano una costruzione diroccata qualche chilometro più su, sopra un’altura – «Il tipo strano che è tornato da poco in quella malga abbandonata!».

Mario si incammina di buon passo. Giovanni, rimasto solo, si siede su un masso sporgente; estrae di tasca uno zufolo e comincia a suonarlo. Intorno: un paesaggio brullo, pieno di costoni impervi; erba folta solo a sprazzi, sassi, rocce ripide. Da dietro una rupe fa capolino un uomo, con i capelli lunghi e la barba folta, che osserva il ragazzino. Giovanni si gira e nota quasi impaurito quella strana figura. L’uomo balza con rapida mossa ed esce dal nascondiglio imitando un felino; infine fa un verso buffo con la bocca e strabuzza gli occhi.

Giovanni: – meravigliato – «Stralunà!».

Questi compie una piroetta e fa un inchino. Giovanni sorride divertito e si mostra contento di rivederlo dopo tanti mesi.

Stralunà: «Ciao Giovanni!».

Giovanni: «Cosa fai con i capelli così lunghi?».

Stralunà: – togliendosi una parrucca e mostrando la calvizie ormai completa – «I capelli? Sono… finiti!».

Giovanni ride e subito dopo si mostra preoccupato.

Stralunà: «Li ho persi tutti. Questa è una vecchia parrucca di scena. Tu non dirlo a nessuno però!». – se la calza nuovamente con cura – «Come stai? Ti hanno mandato quassù a fare il pastore?».

Giovanni: «Sì, sono a servizio dal Mario».

Stralunà: «Il Mario è un brav’uomo. Per lui sono l’Orso che non parla mai. … Ricordi il nostro segreto?».

Giovanni: «Sì: tu non parli! Ma cosa fai quassù?».

Stralunà: «Niente. Adesso niente. Per molti mesi ho tagliato legna per un contadino al di là del valico. Ho messo via qualche soldo; fra qualche giorno me ne vado».

Giovanni: «Dove vai Stralunà?».

Stralunà: «Il mio vero nome è Franco. Comunque, chiamami pure Stralunà che ci sono più abituato. Vado fin sotto: dove passa il treno; e torno giù… vicino al mare. Al paese c’è ancora mia madre. Poi un vecchio amico gira con una compagnia; torno a recitare con loro».

Giovanni: «Vengo con te!».

Franco: – sorridendo – «È molto lontano. E poi…».

Giovanni senza dire nulla, cammina sulle mani e compie alcune capriole; poi imita l’andatura di un ubriaco. Si butta a terra, rotola sull’erba; suona con lo zufolo: simulando il volo di un uccello, mentre con sguardo espressivo lo osserva muoversi nell’aria. Si blocca, guarda Franco che resta allibito con gli occhi sgranati.

Giovanni: – sornione, a voce bassa – «Non dirlo a nessuno!».

Franco: – applaude entusiasta – «Bravissimo. Devono vederti tutti invece. Bravo, bravo; troppo bravo!».

Giovanni: «Mio padre non vuole. Mi ha mandato quassù apposta, perché…» – si arresta all’improvviso: allertato da un rumore in lontananza – «Il Mario!».

Giovanni fa cenno a Franco di tacere; mentre questi si dilegua in fretta dietro una grossa sporgenza di roccia un po’ più lontano. Mario compie l’ultimo tratto di strada.

Mario: – avvicinandosi e sedendo su di un sasso – «Finalmente! Vieni qui che mangiamo».

Mario porge a Giovanni: formaggio, pane e due patate arrostite. Giovanni ringrazia e infila tutto nelle tasche dei calzoni; infine corre via veloce verso la roccia dietro cui si è nascosto Franco.

Mario: – stupito – «Dove scappi?».

Giovanni fa segno a Mario che deve andare a fare pipì.

Mario: – alzando il braccio – «Ah! Vai, vai pure».

Dietro la sporgenza di roccia, Giovanni invita Franco ad avvicinarsi; i due si acquattano e ben nascosti si dividono insieme il pranzo, sorridendo complici.

[dissolvenza in nero]

 

SCENA 27

Interno notte, malga: stanza di Giovanni; esterno e interno notte, malga di Franco

Giovanni si alza dal letto impegnandosi a fare piano, senza troppi rumori. Si veste rapido: facendo attenzione; infine scende le scale della piccola stanza sottotetto che comunica in parte con la stalla. Entra in cucina dove Mario sta dormendo profondamente; procede basso, quasi carponi, avanzando di un passo ogni volta che lo sente russare. Esce dalla porta e sale di corsa il pendio, fino alla malga abbandonata dove alloggia Franco. Dalle fessure della porta malmessa vede filtrare un po’ di luce. Bussa alcune volte; infine entra e scorge Franco seduto al tavolo di cucina senza nulla sul capo, con la testa fra le mani, affranto e desolato.

Giovanni: – salutandolo imbarazzato – «Perché piangi?».

Franco mostra a Giovanni una fotografia in bianco e nero che ritrae una donna anziana davanti al mare, su di una spiaggia.

Franco: «Guarda, questo è il mare. L’avevi mai visto?».

Giovanni: – incuriosito dalla foto – «No. E quella signora chi è?».

Franco: «Quella signora è mia madre; pace all’anima sua».

Giovanni: – con sguardo dubbioso e incredulo – «Ma…».

Franco: «Siediti, ti scaldo del latte».

Franco si affaccenda dietro il vecchio focolare, silenzioso e mesto. Sopra di lui il soffitto è pieno di caligine; la modesta abitazione è tetra e decrepita: rimessa in sesto lo stretto indispensabile per viverci. Non ci sono altre stanze; un angolo del pavimento coperto di pagliericcio e vecchie coltri consunte fungono da giaciglio. Franco invita Giovanni, rimasto in piedi titubante, a sedersi al tavolo; gli porge infine una tazza di latte e pochi biscotti a forma di ciambella.

Franco: – esortandolo con voce rauca – «Bevi. I biscotti sono del paese mio. Mi sono arrivati giù in valle l’altro ieri. Me li ha portati il vecchio Bepi, insieme a una lettera di mia sorella, con la notizia che mamma se ne è andata in due giorni; e io non sono neppure riuscito a vederla!».

Giovanni lo guarda senza dire nulla, con un biscotto mangiucchiato in mano.

Franco: «… Stava così bene!».

L’uomo non riesce a trattenere le lacrime e scoppia a singhiozzare; coprendosi il volto con le mani. Il bambino si avvicina la foto al volto e la guarda a lungo. Beve ancora un po’ di latte, morde un pezzetto di biscotto; osserva Franco che appare inconsolabile e ormai sembra non tenere più conto della sua presenza.

Giovanni si alza senza farsi notare ed esce lentamente dalla porta. Appena fuori, corre via veloce verso la malga di Mario lungo il declivio. Una luna enorme illumina l’intero versante della montagna fino ai crinali più lontani.

 

SCENA 28

Interno/esterno giorno, osteria del paese; domenica mattina, poco prima di mezzogiorno

Molti uomini entrano e ordinano del vino; ridono e brindano a voce alta. Da una finestra si intravede la chiesa di fronte. Mario è seduto a un tavolo, con Giovanni e suo padre Piero.

Piero: «Allora, come è andata lassù?».

Mario: «Bevi Piero. Tuo figlio se l’è cavata benissimo: un malgaro, come pochi!».

Il padre batte una mano sulla spalla del figlio e gli versa mezzo bicchiere, incitandolo a bere.

Piero: – rivolto al figlio – «Tieni, questo è il tuo primo bicchiere di vino!».

Il ragazzino si sforza di bere, sorridendo appena. Con il bicchiere in mano si guarda intorno e vede tutti gli adulti che alzano boccali, urlano e ridono sguaiatamente. In fondo al locale, seduto da solo a un tavolo, scorge Franco: con il berretto calcato sulla testa, lo sguardo basso davanti a un bicchiere di vino, il volto paonazzo. Giovanni posa il bicchiere, attende qualche minuto, guardando i due adulti che discutono tra loro; poi accenna ad alzarsi.

Piero: – rimbrottandolo subito – «Dove vai?».

Giovanni: – timidamente – «… Al gabinetto».

Piero: – indicando il balcone – «È lì fuori. Sbrigati!».

Giovanni attraversa tutto il locale e raggiunge il balcone da una porta secondaria, senza mai staccare lo sguardo da Franco; badando di non farsi scorgere dal padre. Percorre tutto il balcone esterno fino alla porta del bagno. Dalla finestra che dà sul locale, finalmente riesce a vedere meglio Franco seduto al tavolo. Muove più volte la mano per salutarlo; ma lui è troppo immerso nei suoi pensieri e non scorge il ragazzino. Resta chino con le mani sulla fronte senza guardare nessuno.

[dissolvenza in nero]

 

SCENA 29

Esterno giorno, mattina molto presto; domenica 21 settembre 1947

Giovanni segue il padre che cammina davanti a lui, guidando alcuni capi di bestiame. Sono equipaggiati per un viaggio piuttosto lungo. Scendono il fondovalle e imboccano la strada principale fino al luogo della fiera di San Matteo; portano a vendere alcune mucche. Giovanni cammina a piedi scalzi e si spaventa ogniqualvolta vede passare grossi camion.

Suo padre gli fa cenno di mantenere sempre la destra. Arrivano finalmente nel luogo della vendita e cercano una postazione consona; ovunque intorno è pieno di contadini con il loro bestiame. Alcuni sensali vestiti di grigio esaminano una mucca dopo l’altra con poche occhiate esperte.

Un mediatore si ferma proprio davanti alla loro postazione. Osserva deciso e rapido, poi parla con il padre di Giovanni che esita un attimo: abbozza una mezza parola indicando che vorrebbe qualcosa di più. L’uomo fa cenno che ripasserà più tardi e se ne va. Giovanni guarda proprio di fronte a lui e nota un uomo con un berretto calcato sugli occhi, lo sguardo perso nel vuoto. Riconosce Franco al servizio di un contadino: accanto ad alcuni vitelli e a qualche manza. L’agricoltore lo rimprovera scorbutico e gli fa cenno di stare più vicino agli animali.

Ritorna il sensale che aveva parlato con il padre di Giovanni; gli dice ancora poche parole e ribadisce con un gesto che si tratta dell’ultima offerta. Il padre guarda le sue mucche, l’uomo convenuto; infine allunga la mano in segno di accordo.

Nel frattempo Giovanni si allontana rapido verso la postazione di Franco e del contadino. Cerca di richiamarlo con versi e boccacce; ma Stralunà ha ormai gli occhi vitrei, fissi, sembra proprio non riconoscere il ragazzino. Improvvisamente un carico pesante di sacchi barcolla dal piano di un carro, le cui ruote si incastrano tra due grossi sassi. Franco alza rapido lo sguardo e si accorge di quel che sta per accadere; compie un salto veloce verso il bambino cercando di proteggerlo. I sacchi gli piombano addosso; per il contraccolpo Franco batte il capo a terra. Giovanni, protetto dal corpo di Franco, riesce a divincolarsi e lo guarda in volto. Franco, stremato dal dolore, gli sorride; il berretto scivola dal suo capo e gli copre in parte il volto. Il bambino è come paralizzato dallo stupore davanti all’amico esanime: di fronte alla sua smorfia buffa sbarra gli occhi incredulo. Intorno, per brevi istanti tutta la piazza si arresta.

[l’inquadratura sale verso l’alto e osserva in panoramica; fino a raggiungere il grigio intenso del cielo plumbeo, dissolvenza sul colore del cielo]

 

SCENA 30

Interno sera inoltrata, casa, stanza con pareti rivestite in legno; verso metà degli anni settanta

Intorno a un tavolo siede Giovanni: un giovane sui trentotto anni. Accanto a lui, altri commensali: due donne, un regista teatrale sulla cinquantina, Anna: la madre di Giovanni, piuttosto invecchiata; diversi attori, alcuni tecnici di una compagnia. Tutti alzano i calici e brindano festosamente. Nel capoluogo di provincia c’è stata la prima dell’Amleto di William Shakespeare. Giovanni è un attore di teatro ormai affermatosi da qualche stagione. Insieme al suo regista e a tutta la compagnia cena nel paese d’origine: con l’occasione è riuscito a fare un salto a salutare sua madre. Intorno alle pareti della stanza campeggiano svariati premi e alcune maschere teatrali realizzate artigianalmente; ritratti di parenti deceduti fotografati in bianco e nero, tra i quali spiccano quelli della nonna e del padre di Giovanni. All’estremità di una parete: una stufa cilindrica a olle, decorata a mano, sprigiona il suo calore.

Regista: – verso Giovanni – «Bravo! Un Amleto straordinario».

Un tecnico: – gridando alla donna seduta accanto a Giovanni – «Brava Ofelia!».

Anna: – quasi tra sé, con compianto – «Eh! Ti avesse visto tuo padre…».

Verso la fine della cena, la giovane donna accanto a Giovanni si alza innervosita senza un motivo apparente; e si allontana non notata dai convenuti che proseguono nella baldoria generale. Esce dalla stua e si incammina veloce in cucina. Giovanni si alza dopo un attimo e la segue per tranquillizzarla.

Donna: – muovendo a scatti le braccia, quasi gridando – «Lasciami stare. Non hai capito niente!».

Giovanni: «Scusami, non era mia intenzione. Non avevo la più pallida idea che tu…».

Donna: – senza darsi quiete – «Il solito… Sei sempre il solito!».

Giovanni le si avvicina per abbracciarla; ma lei lo scosta bruscamente e sale le scale della casa verso una camera.

Donna: – in cima alle scale, voltandosi e concludendo sbrigativa – «Ringrazia tua madre e dille che la cena era deliziosa. Ciao, ho bisogno di dormire!».

Giovanni rientra nella stua e si dirige verso sua madre. Il regista lo guarda un attimo, come chiedendogli spiegazioni.

Giovanni: – leggermente imbarazzato, rivolto al regista – «… Tutto bene, tutto bene!».

Giovanni si avvicina alla madre, le sussurra teneramente due parole all’orecchio; le dà un bacio su una guancia. La donna gli sorride.

 

SCENA 31

Esterno notte, nei dintorni della casa e del paese

Giovanni chiuso nel suo cappotto, infila un sentiero sopra il paese ed entra nel cimitero che volge a precipizio sulla vallata. L’uomo si dirige verso una croce di legno sormontata da un tettuccio sgretolato dalle intemperie. Guarda a lungo la tomba, poi getta un fiore di campo sopra la terra. Estrae da una tasca del cappotto un berretto di lana, lo tiene stretto tra le mani: è il berretto di Franco. Intagliato nel legno sul braccio orizzontale della croce è scritto: «Stralunà M. 21 9 1947».

Giovanni volge lo sguardo verso il cielo, rischiarato appena dalla luce della luna.

[dissolvenza in nero]

 

 

 

BREVE GLOSSARIO UTILE

termini dialettali e non comuni utilizzati nel testo, riportati in ordine di comparsa.

 

mosa tipico piatto povero della cucina trentina; ottenuto portando a bollore farina di frumento e bianca, mescolata ad acqua e latte.

 

prete detto anche monaca, con varianti simili a seconda dei dialetti locali, strumento solitamente ovoidale, utilizzato come scaldaletto, dotato di apposito spazio per riporvi le braci.

 

prosac termine dialettale per un tipo di zaino in cuoio, utile al trasporto di viveri.

 

olle materiale in argilla combinato a mattoni refrattari, utilizzato per la costruzione di stufe in grado di mantenere il calore a lungo anche dopo lo spegnimento del fuoco.

 

stua stanza rivestita in legno, molto calda e accogliente, dove si svolgono le attività familiari all’interno del maso.